La fantomatica tregua nella striscia di Gaza conferma, in modo drammatico, quanto l’Occidente stia continuando a sopravvalutare le promesse di pace avanzate dall’amministrazione Trump e, al tempo stesso, a sottovalutare le dinamiche reali del conflitto. Dopo il Venezuela, Gaza diventa il secondo laboratorio di una politica estera fondata più sulla propaganda che su un’analisi dei rapporti di forza sul terreno. La tregua annunciata come svolta storica si rivela, nei fatti, una sospensione intermittente della violenza, incapace di produrre stabilità o protezione per i civili. I numeri parlano da soli. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre, gli attacchi israeliani hanno continuato a colpire la Striscia, causando centinaia di morti, in gran parte donne e bambini. Solo nelle ultime ore, bombardamenti su Gaza City e Khan Younis hanno riportato la popolazione ai giorni più bui dell’offensiva iniziata dopo il 7 ottobre 2023. La riapertura annunciata del valico di Rafah, presentata come segnale di normalizzazione, è stata accompagnata da nuovi raid e da condizioni di accesso rigidamente controllate, trasformando un gesto umanitario in un atto politico reversibile.
L’errore occidentale è, ancora una volta, quello di aver confuso l’annuncio con il processo. La pace, nella narrazione trumpiana, è un evento mediatico: un “accordo” proclamato, un board internazionale creato, una foto simbolica da esibire. Ma sul terreno non esiste alcuna architettura politica condivisa, né una reale volontà delle parti di rinunciare ai rispettivi obiettivi strategici. Donald Trump ha presentato la tregua come un successo personale, ma non ha affrontato il nodo centrale: l’asimmetria di potere e l’assenza di un orizzonte politico credibile per i palestinesi. Il messaggio che arriva da Israele è esplicito. Benjamin Netanyahu, alla guida del governo più a destra della storia del Paese, non considera la tregua un punto di arrivo ma uno strumento tattico. L’obiettivo dichiarato resta il disarmo totale di Hamas, senza concessioni su una futura governance palestinese autonoma. Con il rientro in Israele dell’ultimo ostaggio e l’avvicinarsi delle elezioni, il premier ha margini politici per rilanciare l’offensiva e ricostruire la propria immagine di “Mr. Sicurezza”, anche a costo di affossare definitivamente il piano americano.
In questo quadro, la tregua appare per ciò che è: una finzione funzionale a più interessi. Per Washington, serve a rivendicare un ruolo di mediatore globale e a sostenere una narrativa di pacificazione utile sul piano interno e internazionale. Per Tel Aviv, rappresenta una pausa selettiva, utile a riorganizzare le operazioni militari e a testare la tenuta diplomatica degli alleati. Per Gaza, invece, significa vivere in una sospensione permanente, dove ogni giorno può segnare il ritorno delle bombe. Le reazioni regionali e internazionali mostrano le crepe di questo impianto. Il Qatar e l’Egitto, mediatori diretti, parlano apertamente di violazioni ripetute e di rischio di escalation. Le organizzazioni umanitarie denunciano l’intensità dei raid come la più grave degli ultimi mesi. Intanto, gli Stati Uniti approvano nuove e massicce forniture di armi a Israele, rafforzando la percezione di una pace proclamata a parole e smentita dai fatti.
L’Occidente, ancora una volta, sembra prigioniero di false aspettative. Come nel caso venezuelano, si è creduto che un atto di forza o un accordo imposto dall’alto potessero chiudere un conflitto strutturale. Ma Gaza dimostra che la pace non è un prodotto esportabile né un risultato automatico di pressioni militari. Senza un progetto politico inclusivo, senza garanzie reali per la popolazione civile e senza il riconoscimento delle cause profonde del conflitto, ogni tregua resta fragile e temporanea. Resta allora la domanda che lega questo dossier a quelli affrontati nei numeri precedenti di SISTEMI: se la pace proclamata serve soprattutto a legittimare nuove ingerenze e a congelare conflitti irrisolti, quanto a lungo l’Occidente potrà continuare a scambiare la propaganda per soluzione, senza pagare un prezzo crescente in termini di credibilità, stabilità e vite umane?
