“Brutti per gli altri, bellissimi ai nostri occhi” è questo che Auroro Boreale (cantautore, performer e collezionista di oggetti “diversamente belli”), sottolinea nel suo libro “ Il Libro Brutto dei Libri Brutti” parla delle copertine e dei titoli più assurdi e inusuali della letteratura italiana e non, con l’obiettivo di dimostrare che, dietro apparenze discutibili, c’è sempre una dignità culturale.
Il progetto è nato dalla sua pagina Instagram “Libri Brutti”, in cui Boreale pubblica e cataloga libri che escono dal canone estetico e contenutistico dell’industria letteraria, e così facendo raccoglie volumi con contenuti sorprendenti, dimostrando che anche questi possono raccontare un’epoca o un periodo storico. Nel 2025 è nato “Libri Brutti Podcast” che svela come questi testi, apparentemente “brutti”, riflettano in realtà momenti significativi della nostra storia collettiva. Inoltre, Boreale gestisce anche il blog Orrore a 33 giri, dedicato, con lo stesso scopo, alla musica.
La sua collezione comprende circa 2.000 libri considerati brutti, ma il critico letterario Antonio D’Orrico l’ha descritta così: “I libri di Auroro sono come opere d’arte. E, proprio come l’arte, riescono a mettere di buonumore”.
Questo progetto si configura come un viaggio rocambolesco attraverso la cultura e la società italiana, raccontato in presa diretta da opere letterarie spesso trascurate o sottovalutate.
Auroro Boreale, nelle sue produzioni analizza proprio il concetto di brutto, come altri prima di lui. Tale concezione prima di assumere il significato che ha oggi, affonda le sue radici in una tradizione antica e complessa.
Il “brutto” in letteratura non è semplicemente l’opposto del bello, ma una categoria estetica che si è evoluta nel tempo, passando da un giudizio di valore negativo a un mezzo espressivo e conoscitivo che può esprimere sofferenza e deformazione.
Nella filosofia greca il brutto è sempre stato considerato come “non-essere“, un’anomalia rispetto all’ordine del bello. Con Plotino e fino al Rinascimento, il brutto era percepito come una minaccia domata dal bello, anche se non completamente. In età moderna, si scopre che la bellezza non ha più a che vedere con ciò che è misurabile ma che, in un universo infinito, noi abbiamo l’esperienza dello smisurato. Keplero stesso fatica ad accettare l’irregolarità del cosmo perché non vuole ammettere che il movimento dei pianeti sia un movimento ellittico e non un movimento circolare, di conseguenza il brutto comincia a essere recepito come qualcosa che esiste in natura. Nella natura c’è qualcosa di informe, di deforme. Le esplorazioni geografiche dimostrano inoltre l’esistenza di una quantità di animali strani, oppure bellissimi ma velenosi; nasce l’idea che la creazione sia qualcosa di misterioso, che mette insieme il bene e il male. Dall’Ottocento si supera la distinzione netta tra bello e brutto: con Lessing il brutto entra nella poesia, mentre Schlegel lo considera parte costitutiva dell’arte moderna. L’arte romantica e la letteratura dell’Ottocento, come quella di Hugo e Baudelaire, invece mostrano un crescente interesse per il deforme e il mostruoso, spesso legato alla critica sociale. Rosenkranz teorizza un’estetica del brutto, riconoscendone il valore artistico. Finalmente con le Avanguardie storiche del ’900, il brutto trionfa: i futuristi lo usano per provocare, mentre l’Espressionismo tedesco lo adotta per denunciare il degrado sociale. Successivamente anche autori come Umberto Eco hanno esplorato questo tema, notando come, per l’uomo contemporaneo, il brutto venga spesso collegato a ciò che è moralmente negativo, ma in un contesto artistico può diventare una fonte di espressione e non solo da censurare.
Il brutto diventa così mezzo espressivo e simbolico. E ad oggi, bello e brutto sono visti come concetti relativi e complementari.
Tornando al concetto di “brutto” nella sua accezione contemporanea, come lo presenta Boreale, esso emerge chiaramente anche nella sua produzione musicale.
Due versi di una canzone di Boreale, “Brutto dappertutto” sintetizzano bene le sue intenzioni riguardo il tema. Il primo è “ho sbagliato, tutto giusto” e il secondo è “ognuno fa schifo come può”: da una parte l’ossimoro di un’estetica del brutto senza alcuna sovrastruttura, dall’altra la naturalezza e la normalizzazione del “fare schifo”.
Secondo Boreale, nella società contemporanea la bruttezza possiede una propria dignità e una funzione sociale importante, poiché c’è un sacco di brutto che ci racconta della nostra epoca molto più del bello; la frase “Ognuno fa schifo come può” vuole dare un importante significato “viviamo tutti periodi complicati e cerchiamo di dare il massimo, ma se non riusciamo va bene lo stesso”. In un mondo segnato da crisi personali e collettive, come la pandemia e il fenomeno delle grandi dimissioni, emerge l’idea che sia accettabile non soddisfare le aspettative imposte. Questo atteggiamento rappresenta una forma di resistenza ai modelli dominanti e un modo per riconciliarsi con le proprie imperfezioni. La cultura del trash, come teorizzata da Labranca, esprime proprio il fallimento di un tentativo di emulazione dell’alto, spesso involontario, ma autentico. Abbracciare il brutto diventa così un atto liberatorio.
In sostanza, quindi l’obiettivo di Boreale è quello di rivalutare ciò che la società ha storicamente definito “brutto” o inadeguato, riconoscendone il valore e la dignità. Allo stesso tempo, si tratta di una forma di resistenza alla pressione sociale verso la perfezione, promuovendo invece l’accettazione di sé, con tutte le proprie imperfezioni, senza colpevolizzarsi o farne un problema.
Questo libro, dunque, celebra la diversità culturale e letteraria italiana, dimostrando che anche le opere meno convenzionali ci raccontano chi siamo stati e chi siamo oggi. “Il libro brutto dei libri brutti” è un invito a riscoprire la bellezza nascosta nel “brutto” e a riconoscere il valore intrinseco di ogni espressione culturale. Non esistono libri brutti. Esistono solo libri rilevanti.
