C’è un filo che lega diciotto società fantasma, milioni di euro di finanziamenti pubblici ottenuti illegalmente e una famiglia barese al centro di tutto. Un filo che i finanzieri del Nucleo Operativo Metropolitano della Guardia di Finanza di Bari hanno seguito per mesi, fino a ricostruire quello che gli investigatori descrivono come uno schema di frode collaudato costruito pezzo per pezzo, sfruttando un momento delicato come la pandemia da Covid19.
La Procura della Repubblica di Bari ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a 19 persone, accusate a vario titolo di malversazione ai danni dello Stato, autoriciclaggio, evasione fiscale e reati legati alla crisi d’impresa.
Al centro dell’inchiesta c’è un uomo di Bari che, stando alle accuse, avrebbe orchestrato tutto con l’aiuto di familiari e prestanome: creando 18 società fittizie appositamente per incassare denaro pubblico.
Il momento scelto non è casuale. Durante l’emergenza Covid, il governo italiano aveva predisposto una serie di finanziamenti garantiti dal Ministero dello Sviluppo Economico per sostenere le imprese in difficoltà. Accedere a quei fondi richiedeva documentazione che attestasse determinati requisiti, e quella documentazione, secondo gli inquirenti, sarebbe stata falsificata sistematicamente.
Le società-schermo così costruite avevano anche un secondo utilizzo: emettere fatture per operazioni mai avvenute, utili per altri imprenditori che potevano così abbattere artificialmente il proprio imponibile fiscale.
Una volta incassati i finanziamenti, il passaggio successivo era quello di renderli irrintracciabili. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i fondi venivano trasferiti sui conti correnti degli indagati oppure prelevati direttamente in contanti, poi impiegati per spese personali. Una prassi che configura il reato di autoriciclaggio: ripulire denaro sporco attraverso operazioni studiate per disperderne la tracciabilità.
Almeno due delle società coinvolte non sono sopravvissute alla truffa: svuotate dei loro fondi e private delle scritture contabili, occultate, stando alle accuse, sono finite in stato di insolvenza. Il Tribunale di Bari ne ha dichiarato la liquidazione giudiziale.
Il quadro probatorio raccolto ha convinto il GIP del Tribunale di Bari a emettere un decreto di sequestro preventivo per 622.500 euro nei confronti di due degli indagati, contestando i reati di autoriciclaggio e malversazione.
Non è il primo provvedimento del genere in questa vicenda: già nel novembre 2023, a fronte dei reati tributari già accertati, erano stati eseguiti sequestri di conti correnti, beni mobili e immobili fino a circa 1,2 milioni di euro. Il totale delle misure ablative supera quindi 1,8 milioni di euro.
A margine dell’interrogatorio preventivo di garanzia, il GIP ha disposto anche una misura cautelare personale: per uno degli indagati sono scattati gli arresti domiciliari.

