Lo scorso 13 giugno sono girate delle immagini sul web di missili che affollavano il cielo di Tel Aviv. Erano missili provenienti dall’Iran, ma perché l’Iran ha improvvisamente deciso di attaccare Israele? Quali sono le cause e le conseguenze a livello globale?
Il 13 giugno Israele ha bombardato l’Iran, precisamente i luoghi legati al programma nucleare dell’Iran. Questa operazione militare, in realtà molto vasta, è chiamata “Operation Rising Lion”, e mirava a colpire simultaneamente siti nucleari e militari. Durante l’attacco hanno perso la vita più di 200 iraniani, tra cui uccisioni mirate di leader IRCG e figure scientifiche iraniane. Il presidente Netanyahu ha giustificato questi attacchi dicendo che i siti nucleari iraniani sono “una minaccia esistenziale per Israele”, e che il governo israeliano si impegnerà per eliminare tale pericolo.
In tutta risposta, lo stesso 13 giugno l’Iran ha attaccato Tel Aviv, con oltre 100 mortai e droni tra cui missili Sejjil che hanno raggiunto perfino ospedali come il Soroka Medical Center a Beersheba. L’attacco all’ospedale di Soroka ha causato decine di feriti, danni strutturali e persino fuoriuscita di sostanze chimiche, definito un potenziale “crimine di guerra” dal personale medico.
Attualmente si contano oltre 600 morti per l’Iran e centinaia di feriti, 24 morti e 224 feriti per Israele, ma gli attacchi non sono ancora terminati. Un’ora fa sono stati inviati dei missili da parte dell’Iran sulla zona del Beer Sheva, con l’intento di colpire la sede Microsoft, la quale è stata solo sfiorata, mentre la zona residenziale ha subito danni notevoli.
Le conseguenze umanitarie per entrambi i paesi sono da ritenersi preoccupanti: in Israele, centinaia di famiglie sono rimaste sfollate, cercando hotel o ripari temporanei, con disagi notevoli nelle città colpite. In Iran, la situazione è ben più grave: le incursioni israeliane hanno causato oltre 580–657 morti, tra militari e civili, e 1.300-1.329 feriti, con massiccia distruzione di infrastrutture civili, ospedali e abitazioni. si stima che oltre 100.000 persone abbiano lasciato Tehran dal 13 al 15 giugno, dirigendosi verso aree più sicure nel nord, dove ospedali di provincia hanno registrato un picco di accessi per stress e traumi. Si sono verificati notevoli problemi anche per l’accesso ai servizi, con blackout, blocchi internet (inclusi WhatsApp, Instagram), code per carburante, problemi alla catena alimentare e crescente ansia pubblica, e la nazione è nel pieno di una crisi sanitaria: ospedali sovraccarichi, mancanza di medicinali, personale sotto pressione, emergenze mediche urgenti gestite con difficoltà.
Nonostante ciò, Israele non è riuscito a neutralizzare del tutto la minaccia nucleare iraniana: i siti sotterranei di Fordow e parte di Natanz restano operativi e ben protetti, fuori dalla portata efficace dei bombardamenti israeliani. Inoltre l’Iran mantiene riserve significative di uranio arricchito (fino al 60%), che non sono state distrutte, tali riserve basterebbero per costruire potenzialmente alcuni ordigni se riprocessate .
Ma qual è il ruolo degli Stati Uniti in questi attacchi? Gli Stati Uniti sono stati informati dell’attacco in anticipo, ma è stato affermato che non erano militarmente coinvolti nell’operazione. In realtà, gli Stati Uniti sono intervenuti in difesa di Israele, attivando sistemi di difesa avanzati nella regione, tra cui batterie THAAD e Patriot, per rafforzare lo scudo missilistico israeliano. Inoltre hanno fornito aggiornamenti software, munizioni intercettatrici e supporto di intelligence per il sistema antimissile israeliano durante gli attacchi iraniani e sono stati dispiegati portaerei, bombardieri strategici (come B-52 e B-2 Spirit) e caccia stealth nel Golfo Persico e nell’Est Mediterraneo come forma di deterrenza contro ulteriori attacchi iraniani.
Notevoli anche le operazioni di contenimento da parte degli Stati Uniti: il presidente Donald Trump ha dato a Teheran un ultimatum di 14 giorni per fermare le ostilità e avviare un negoziato, minacciando “una risposta sproporzionata” in caso contrario.
Gli USA hanno inviato messaggi diretti all’Iran, tramite Oman e Qatar, avvertendo che un attacco a basi americane o interessi diretti statunitensi avrebbe provocato un coinvolgimento attivo di Washington.
Questo attacco segna un punto di svolta per lo scenario globale: se un sito come Fordow venisse colpito o un incidente nucleare avvenisse, le conseguenze umanitarie e ambientali sarebbero disastrose. Leader come Ted Cruz hanno evocato ipotesi di “mushroom cloud” su Metropoli occidentali. Attualmente, la via diplomatica sembra ancora percorribile, ma ogni azione militare successiva porterà rischi estremi, tra cui una potenziale guerra nucleare o una destabilizzazione dell’intera regione mediorientale.

